Intervista ad Andrea Caretto e Raffaella Spagna – Artisti

di Sara Bonini Baraldi – Torino, gennaio 2011
Special thanks to Cristiano Piccinelli

Rubrica “LE PERSONE FANNO LA DIFFERENZA

Se apri il sito di Andrea e Raffaella – www.esculenta.orgtrovi un Meteorite.

Cliccando sul meteorite ti appaiono in ordine sparso un bulbo di aglio un ramoscello di ortica, una matassa di fili bianchi, ed altri materiali, organici e non.

Spostando il Mouse sulla matassa di fili bianchi si apre una bibliografia che spiega: “Andrea Caretto (Torino, 1970) e Raffaella Spagna (Rivoli, 1967) esplorano le profonde relazioni che legano l’essere umano all’ambiente (…). Con gli strumenti dell’arte, delle scienze naturali e dell’antropologia, analizzano le relazioni tra l’essere umano, gli altri organismi viventi e la materia inorganica, sviluppando processi che evolvono nel lungo periodo.”

Tutto molto interessante e ancora molto misterioso…

Sara: So che siete una coppia sia sul lavoro che nella vita…come vi siete conosciuti?

Raffaella: Ci siamo incontrati nel 2002 grazie a “Proposte”, un workshop indetto dalla regione Piemonte e curato dal gruppo di critiche torinesi a.titolo che dava la possibilità ad alcuni giovani artisti di seguire un percorso di formazione realizzando un progetto grazie all’interazione con un artista affermato. Abbiamo subito riscontrato una certa affinità tra le nostre ricerche artistiche e da lì abbiamo cominciato a lavorare insieme.

Sara: su cosa si basa questa affinità artistica?

Raffaella: Sia io che Andrea abbiamo avuto una formazione multiforme, non accademica, che ci ha portato ad indagare in modo simile le relazioni con l’ambiente, anche se da punti di vista diversi: per me quello dell’architettura del paesaggio, per Andrea quello delle scienze naturali. Per entrambi la formazione prettamente artistica si è evoluta in modo naturale e non accademico, interrelandosi con altri campi di conoscenza. Nel mio caso l’iniziale passione per la pittura si è poi intrecciata con quella per l’architettura del paesaggio, che ho studiato all’università, e della danza contemporanea (per circa sette anni ho fatto parte della compagnia “Rapatika” di Paola Colonna). Nel caso di Andrea la pratica scultorea che ha portato avanti fin dall’infanzia si è invece unita allo studio e alla conoscenza delle scienze naturali. Tutti e due abbiamo deciso di non frequentare l’Accademia – ci sembrò allora un ambiente davvero poco stimolante.

Sara: in che senso trovavate l’Accademia delle Belle Arti poco interessante?

Raffaella: la sensazione era che che gli studenti fossero abbandonati a sè stessi e che tutta la gestione fosse ancora molto legata ad un vecchio modo di fare arte. Putroppo però anche la facoltà di architettura in quegli anni non era molto stimolante: pensa che non offriva nemmeno un corso di storia dell’arte… Fortunatamente ora sia ad Architettura che all’Accademia esiste un’offerta formativa più transdiscliplinare che è a mio avviso decisamente più interessante di quella di allora.

Sara: dalla passione per la pittura, agli studi in architettura all’esperienza nella compagnia di danza Rapatika… come sei diventata l’artista che sei ora?

Raffaella: L’ambiente artistico che frequentavo inizialmente, legato soprattutto alla produzione di opere-oggetti pensati come pura merce per la compravendita, non l’ho mai sentito adatto a me. Ma poichè dal punto di vista artistico non ho avuto una formazione “guidata” (negli anni in cui solitamente un giovane artista emerge io mi dedicavo alla danza contemporanea), ci ho messo un po’ di tempo per elaborare una mia visione delle cose. Poi, piano piano, anche grazie a questa formazione complessa, ho capito che l’arte contemporanea può trascendere i limiti dell’oggetto e ho cominciato a spostare la mia ricerca artistica in una direzione diversa, slegata dalla pratica della pittura, l’unica che allora vedevo come possibile.  Nel 2002 elaborai un progetto per la Biennale dei Giovani Artisti “Big Social Game”, nel quale sperimentai per la prima volta delle pratiche artistiche per me nuove: la performance (al posto della coreografia), un’azione in uno spazio pubblico urbano (e non in un luogo espositivo chiuso), e un medium artistico atipico (semi di piante selvatiche). Il progetto prevedeva che otto persone dotate di cerbottane, fionde e pallottole di terra imbottite di semi di piante selvatiche si distribuissero su tre diversi tram in Torino per bombardare le aree libere della città. In quel momento non sapevo di preciso quello che stavo facendo, ma mi rendevo conto che volevo agire a scala urbana e tentare di trasformare un territorio, e non volevo produrre un’opera materiale, bensì un’azione immateriale.

Sara: e tu Andrea, come sei arrivato a quel workshop?

Andrea: sin da bambino ho lavorato il legno: mio padre faceva mobili per passione e dunque in casa nostra si trovava tutta l’attrezzatura necessaria per la falegnameria. Inizialmente realizzavo piccoli oggetti d’artigianato, poi ho cominciato a produrre qualcosa di diverso. Ricordo ancora il primo oggetto – erano gli ultimi anni del liceo – che ho percepito come vera e propria “scultura”: quell’opera aveva per me un valore, un portato emotivo, che andava aldilà di tutte le cose fatte precedentemente. Quando è venuto il momento di scegliere l’università ho però deciso per una facoltà scientifica. Anche se sapevo che non rendeva conto della complessità delle cose, mi interessava l’approccio di interpretazione del mondo reale che la scienza cerca di fornire. Ho quindi studiato scienze naturali e nel frattempo ho continuato a produrre le mie sculture.

Sara: anche tu però, ora come ora, non fai lo scultore in senso classico…

Andrea: No infatti. Inizialmente la mia produzione artistica era legata alla materia in modo più tradizionale, ed anche io ero chiuso in un circuito fatto di laboratorio e spazi espositivi, ma era un mondo piuttosto triste che che non mi soddisfaceva. Poi nel 1999 c’è stata una svolta: un intervento artistico realizzato con alcuni amici in una lavanderia a gettoni in San Salvario a Torino mi ha dato l’occasione di sperimentare un rapporto con il pubblico completamente diverso. Da lì ho capito l’importanza dell’azione e della relazione con le persone e la loro capacità di generare energia. Un altro progetto a cui sono molto legato è quello realizzato nel 2000 nel mercato di Corso Marconi. Da anni collezionavo materiali di vario genere raccolti in natura (questa è un’altra cosa che mi accomuna a Raffaella: i semi di piante selvatiche con cui ha bombardato la città venivano infatti da una sua passione per la collezione di oggetti naturali…). Col tempo ho capito che quel materiale era uno dei motivi per cui valeva la pena proseguire nell’ambito artistico: la cosa che in quel momento potevo offrire.  Ho quindi allestito un mio banco all’interno del mercato nel quale ho esposto e messo in vendita una grande varietà di materiali presenti in natura da me raccolti: frutti, semi, rocce, funghi, piante secche, terre…una specie di “camera delle meraviglie”. Il lavoro si intitolava “Tutte le cose che sono”, giocando sul doppio senso singolare/plurale. Ciascun oggetto era identificato unicamente dal proprio nome scientifico, ma quello che volevo sperimentare e condividere era che quelle cose avevano qualcosa da dire a prescindere dal nome: un mistero e una bellezza che forse non ero solo io a cogliere.

Sara: Qual è stata la reazione della gente al tuo banco delle meraviglie?

Andrea: La coda per comprarle!  Pensa che ho guadagnato l’equivalente di 400-500 euro: un buon incasso se consideri che vendevo sabbia del Po e frutti delle magnolie di Corso Vittorio… I passanti non sapevano che fosse una perfomance artistica, mi chiedevano a cosa potevano servire i vari materiali in vendita, molti li hanno utlizzati per le decorazioni natalizie… La cosa buffa è che la gente riacquistava pagando a caro prezzo del materiale liberamente presente in natura, addirittura nella stessa via in cui ci trovavamo. Ormai purtroppo il denaro è l’unico mezzo che abbiamo per ridare valore agli oggetti, ma molte persone mi hanno anche ringraziato per avere fatto loro riscoprire quelle cose, e questo mi ha ripagato di tutto il grande  lavoro fatto nei mesi precedenti.

Sara: anche adesso autoproducete i vostri progetti?

Andrea: No, ora lavoriamo principalmente su commissione, solitamente da parte di istituzioni pubbliche, fondazioni, o piccole associazioni che ci chiamano per realizzare progetti quasi sempre site-specific. Raramente ci capita di rispondere a bandi o open-call, in Italia infatti, a parte la vecchia legge del 2% per le opere pubbliche, non esistono vere e proprie politiche di intervento a sostegno della produzione e della ricerca artistica contemporanea. I finanziamenti pubblici sono rivolti soprattutto  al patrimonio storico, mentre il sostegno alla creazione contemporanea è lasciato nelle mani del mercato, quello fatto di acquirenti privati. Figure come le nostre, estranee al circuito delle gallerie, sono più comuni in altri paesi, dove esistono centri d’arte all’avanguardia, sostegni governativi maggiormente strutturati, e centri di ricerca universitari transdisciplinari.

Sara: Lavorate solo in regione o anche fuori?

Andrea: In Piemonte ci è capitato di lavorare più volte con il PAV (Parco d’Arte Vivente), con il Castello di Rivoli, con la Fondazione Sandretto, il Cesac di Caraglio e con istituzioni non direttamente legate al sistema dell’arte, come il Parco del Po Torinese. Ma lavoriamo anche all’estero: non è possibile per un’artista pensare di lavorare solo nella città o nella regione in cui abita, deve avere necessariamente un respiro internazionale. E’ anche vero, però, che le istituzioni locali dovrebbero interessarsi di più a quello che succede sul territorio; in fondo un qualunque museo, oltre ad avere un interesse nazionale, ha anche una responsabilità locale.

Sara: come siete diventati artisti “professionisti”?

Andrea: Mah, in modo graduale anche se accelerato…è una questione di percentuali relative: ad un certo punto ti rendi conto che non hai più tempo di fare altro e ti trovi a fare l’artista a tempo pieno. Ma è sempre un equilibrio relativo: anche oggi la nostra professione è piuttosto precaria e richiede notevoli sacrifici. Viviamo in una condizione di totale instabilità e con poche possibilità di programmazione del futuro. Certo, questa è una condizione comune a molti giovani, soprattutto nel campo della libera professione, ma nel caso dell’artista diventa estrema: viviamo il rischio dell’imprenditore senza il valore aggiunto economico che l’impresa ti dà. Inoltre come artisti si fà sempre molta fatica a far riconosce il proprio status di lavoratori ed è molto difficile ottenere dei budget che tengano conto del costo del lavoro, per non parlare di quello della ricerca artistica che lo precede. E questo vale anche quando si lavora su committenza! Ci piacerebbe inoltre avere più tempo e risorse a disposizione per portare avanti dei progetti personali non commissionati, ma non sempre è possibile farlo. In ogni caso lavorare su committenza è molto stimolante anche dal punto di vista artistico, quando l’intervento del committente non diventa troppo invasivo.

Sara: quindi non fate pura scultura, nè pittura, e non vendete nelle gallerie…come definireste un vostro progetto?

Andrea: Una pratica che partendo da un contesto elabora un processo che a sua volta, molto spesso, conduce ad un oggetto; un oggetto che però si può definire un “oggetto relazionale” perchè contiene al suo interno tutto il processo che ha portato alla sua realizzazione. E’ un oggetto carico di un percorso di relazioni tra noi e il luogo, tra noi e le persone, tra noi e la materia.

Sara: ci fate un esempio?

A Digne-les-Bains, in Francia, siamo stati invitati ad elaborare un progetto site-specific dal centro d’arte del luogo. Inizialmente ci sembrava di essere in un ambiente naturale bellissimo ed incontaminato. Poi ci siamo imbattuti in una serie di cave di gesso dismesse e ci siamo resi conto che il paesaggio in cui ci trovavamo aveva subito una trasformazione molto invasiva. Parallelamente siamo venuti a conoscenza del fatto che, da non molti anni, il grado di erosione terrestre dovuta all’azione umana – cioè tutto il materiale che viene mobilizzato dall’essere umano – è superiore a quello dell’erosione naturale totale. L’azione umana sta rimodellando la sfera terrestre come una genesi. Ci siamo quindi trovati a riflettere sull’origine delle forme: quanto le forme che vediamo sono dovute alla natura e quanto alla nostra azione umana? Lo stesso vale per la scultura: quanto una forma è dovuta alla materia stessa e quanto all’artista che la manipola? Abbiamo dunque cominciato un lavoro di trasformazione del gesso delle cave e, lavorandolo in modo artigianale, lo abbiamo trasformato in scagliola, uno dei materiali tradizionali dell’arte scultorea. Alla fine con la scagliola, che è totalmente informe, abbiamo creato delle forme, degli oggetti, cioè delle sculture. Ma ognuna di quelle sculture era un oggetto relazionale, perchè era carico di un bagaglio di esperienza e relazioni estremamente significative. Se l’oggetto fosse nato in un altro contesto probabilmente avrebbe avuto un’altra forma …

Sara: qualcosa di simile all’arte relazionale?

Andrea: Non proprio: l’arte cosiddetta “relazionale” (non tanto nella definizione che ne fa Nicolas Bourriaud, ma nella sua accezione più comune e banale), spesso tende a dare importanza solo al processo ed alle relazioni che ne conseguono, negando di conseguenza il valore specifico dell’oggetto. Noi cerchiamo piuttosto di riconnettere l’oggetto al contesto e al processo che gli ha dato forma. Ci interessa capire come la forma di un oggetto può essere in relazione con il contesto che l’ha originato, e come valorizzando un processo si riesca ad arrivare ad un oggetto, cioè ad una sua formalizzazione.

Sara: faccio fatica a pensare ad un oggetto che non sia in qualche modo il risultato di un contesto e di relazioni…

Raffaella: E’ vero! Ma questa è una posizione piuttosto rara nella pratica artistica contemporanea; trova più applicazione l’idea che l’opera abbia tanto più valore quanto più è oggetto “puro”, non contaminato dal mondo. Quest’ultima è – a mio parere – una visione molto cerebrale ed individualista, quasi come se le forme delle cose avessero origine unicamente nel pensiero dell’uomo e si creassero solo grazie alla sua immaginazione. E’ un’ “ideologia” che non tiene conto della moltitudine di connessioni che ci collegano all’ambiente e non riconosce il sistema di forze che agisce non solo sull’oggetto ma anche sull’artista che lavora sull’oggetto. Avere consapevolezza di ciò per noi invece è importante.

Andrea: Queste riflessioni in realtà hanno radici antiche, ma non sono mai state accolte pienamente nè dalle arti nè dalle scienze contemporanee. In effetti è un approccio che può essere destabilizzante per chi è abituato ad un controllo totale sulle cose perchè, una volta riconosciuta, la complessità dei sistemi e delle relazioni è tale da diventare ingestibile. L’illusione che la scienza ci dà di poter conoscere tutto è rassicurante, ma chiaramente non è reale.

Raffaella: in effetti anche il termine estetica andrebbe ricondotto al significato originario che aveva nell’antica Grecia di “percepire attraverso i sensi”, e cioè entrare in contatto, essere coinvolti. Un concetto ben diverso da quello di “pellicola esterna decorativa” che oggi spesso viene impiegato.

Andrea: E’ per questo che anche un processo può essere altamente estetico, come è avvenuto per la “Cena Esculenta”. Si tratta di una perfomance che abbiamo realizzato nel 2003 e che prevedeva la raccolta di cibo commestibile presente in natura allo stadio spontaneo (radici, bacche, frutti), che abbiamo poi cucinato e offerto ad un pubblico di 20 persone. Il progetto voleva indagare il gesto della raccolta per nutrirsi,  il nutrimento come modalità di connessione con l’ambiente a livello primario. Durante la cena, nove mesi di intenso lavoro si sono trasformati in un’insieme di energie fatte di persone che cucinavano, aiutavano, mangiavano, servivano, e poi il pubblico che ci guardava… è stato un momento in cui il concetto di estetica si è espresso al massimo. All’antitesi totale di una cena fotografata dalla Beecroft… nonostante lei sia considerata un’artista relazionale!

Sara: tornando al concetto di oggetto relazionale, mi chiedo come un oggetto possa rendere conto del processo che l’ha originato a chi lo guarda, cioè al pubblico…

Andrea: Hai ragione, questo del rapporto col pubblico è un tema che ci interessa e su cui ci interroghiamo in continuazione. Esistono diversi modi di raccontare un processo. Nei primi lavori che abbiamo realizzato insieme abbiamo adottato una modalità più documentativa, con uso di foto, video e testi scritti. Nei progetti successivi l’aspetto documentativo è stato invece collocato in una sede separata rispetto all’opera in sè, perchè ci sembrava che l’oggetto avesse comunque qualcosa da comunicare al pubblico in modo diretto, senza intermediazione. Questo ci interessa di per sè: come per la vendita degli oggetti al mercato, o il lancio delle pallottole di semi dal tram; ci interessa capire le reazioni, instaurare delle relazioni.

Sara: cosa significa lavorare in coppia?

Raffaella: Entrambi siamo portati al confronto, alla collaborazione con gli altri. Lavorando in coppia il confronto avviene prima tra noi: è un momento di depurazione e di sfoltimento degli orpelli in cui il progetto subisce già una buona rilelaborazione. In termini generali, comunque, non c’è una distribuzione strutturata del lavoro se non per piccole questioni pratiche. La progettazione e la formulazione delle idee – che costituiscono il cuore di ogni progetto – sono il risultato di un’amalgama, in cui l’apporto di uno o dell’altro è indistinto. Siamo intercambiabili quasi su tutto, come in una piccola società…

Sara: lavorate anche con altri artisti?

Raffaella: Sì, in particolare dal 2007 siamo entrati a far parte di Progetto Diogene che riunisce 12 artisti di varia formazione: pittori, scultori, architetti ed altri professionisti. La dinamica del lavoro di gruppo, oltre a quella di coppia, ha sprigionato potenzialità davvero incredibili… Il progetto principale sul quale abbiamo lavorato è quello di una residenza internazionale per artisti: “Diogene_Bivaccourbano”. L’idea è stata quella di realizzare piccoli moduli abitativi con materiali di scarto per collocarli in spazi interstiziali urbani, direttamente sul suolo pubblico della città di Torino. Anche in questo intervento, analogamente ad altri nostri progetti, si è tentato di indagare su come ci si relaziona in modo empatico ad uno spazio. In particolare volevamo studiare e sperimentare le modalità più semplici per colonizzare un certo luogo e capire quali sono le azioni più istintive e immediate che ci spingono a costruirci un rifugio. Durante la prima edizione di Bivaccourbano abbiamo invitato un artista veneziano a spostare il suo modulo autocostruito – una piccola casetta di legno – direttamente su di un ampio marciapiede di Lungo Dora Savona a Torino. L’anno successivo abbiamo creato un piccolo modulo abitativo realizzato con materiali di scarto derivanti da fiere ed altri eventi e lo abbiamo collocato in Piazza Gran Madre a Torino, a margine della piazza, sul marciapiede che si affaccia sul Po. La residenza è assegnata tramite bando internazionale di concorso rivolto ad artisti visivi di tutto il mondo.  Riceviamo circa 200 iscrizioni ogni anno. Dal 2009 invece, grazie alla collaborazione con GTT ed il comune di Torino, abbiamo realizzato un “Tram Bivacco”: il mezzo (un vecchio tram degli anni ’50) è stato completamente trasformato ed allestito per poter essere abitato; è dotato di piccola cucina, letti, bagno e spazi per gli ospiti. Attualmente il modulo, che si trova in una rotonda stradale su Corso Regio Parco, angolo Corso Verona, è attivo tutto l’anno e ospita, oltre agli artisti in residenza, anche un ciclo di conferenze aperte al pubblico (Collecting People) e una “scuola” per artisti (Solid Void- Diogene School of Art), oltre a promuovere una serie di incontri di didattica dell’arte nelle scuole (DiogeneLab). Inoltre l’intero progetto, come già il nome “Diogene” suggerisce, nasce con l’idea di tornare alla pratica fondante dell’arte ed al confronto sul contenuto artistico, questioni scarsamente dibattute anche tra gli artisti stessi. Volevamo tornare a parlare di contenuti confrontandoci tra noi artisti e con l’esterno: professionisti, pubblico, scuole …

Sara: abbiamo parlato del rapporto tra voi, con il pubblico, e con gli altri artisti. E con la critica?

Andrea: La questione della critica è abbastanza problematica, ma questo non lo diciamo solo noi e non vale solo per l’Italia. Oggigiorno infatti la critica non entra quasi mai nel merito del lavoro, non si schiera dando un giudizio personale. Probabilmente ciò avviene perchè i critici tutto sommato hanno gli stessi problemi degli artisti: devono stare sul mercato e per farlo tentano di non inimicarsi nessuno. Molto spesso ci si trova dunque di fronte non a “critiche” ma a descrizione asettiche delle opere, che non apportano nessuna vera riflessione sull’opera. C’è paura di schierarsi, di prendere delle posizioni per precludersi delle possibilità.

Raffaella: inoltre tra critici ed artisti il rapporto è a volte viziato dal fatto che il critico/curatore spesso opera anche come una sorta di “datore di lavoro” per l’artista, di fatto commissionandogli i progetti. Si può instaurare dunque un rapporto di potere.  A noi sarebbe piaciuto sviluppare forme di relazione più approfondite con critici e curatori, considerando entrambe le parti come dei “ricercatori” che si incontrano, discutono e ragionano sulle cose da punti di vista diversi, con un arricchimento reciproco. Ma questo non è successo, e ne sentiamo la mancanza.

Dunque ricapitolando:

Se volete trovarvi un fidanzato dovete collezionare qualcosa di strano e poi iscrivervi ad un workshop per artisti. Se volete fare gli artisti invece, meglio studiare tutt’altro…

Per info sugli artisti: www.esculenta.orgwww.progettodiogene.eu

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